Ulisse, "lo zoppo", o Odisseo, "Colui che odia" ovvero "Colui che è odiato", appartiene a un filone di eroi che ha molte caratteristiche in comune. Innanzitutto il motivo della ferita alle gambe, poi la parte liquida, ad esempio l'acqua del mare o dei fiumi, infine le figure femminili. Voglio subito mettere in chiaro una cosa: non sono assolutamente in grado di scrivere un dizionario del mito greco o di dissertare tranquillamente su questa o quella versione.
Ma voglio procedere con ordine.
Ulisse, lo zoppo, riporta una ferita alla coscia durante una battuta di caccia in giovinezza. Achille ha un unico punto debole, il tallone. Edipo "Piedi gonfi" ha i talloni feriti, perché immobilizzato in vista della sua uccisione, a causa di una profezia che poi si avvererà.
Ulisse e l'acqua, il mare naturalmente, ma anche il fiume, la sua discesa nelle profondità dell'ignoto. Achille e il mare, al cospetto del quale, immobile, nell'inazione, attende la madre,in lacrime (tutti i liquidi sono importanti se fluiscono) oppure Achille e il Fiume, col quale combatte, sfidando la potenza degli dei.
Ulisse e Penelope. Achille e Teti. Edipo e Giocasta. Donne, divine e mortali. Corpo di dea e spirito di cagna, come Elena, la madre di tutte le donne mortali, associate ora alla quiete del focolare domestico, quando tessono e cantano, ora al caos, quando il loro canto è diverso e come quello di Circe, è sovrumano.
Le gambe e i piedi, le acque di mari e dei fiumi e le donne, siano esse madri amorevoli o incestuose, mogli fedeli o divinità dalla tristezza che imprime terrore. Tre motivi che annotiamo e di cui dobbiamo solo tener conto per comprendere la grandezza degli eroie la possibilità offertaci dal mito.
Quando Ulisse torna a Itaca, Atena lo traveste, lo rende irriconoscibile. Da un'altra prospettiva sono gli altri a essere ciechi, resosi tali da loro stessi, dalla loro incapacità di vedere, confusi come sono dall'avidità e dall'ambizione.Forse non hanno mezzi necessari al riconoscimento. Forse hanno gli occhi ammantati da una nebbia naturale (ma anche divina). Invece no. Che i segni ci siano per riconoscere Ulisse ce lo dimostra Euriclea, vecchia nutrice di Ulisse, che nell'atto di tergerlo (etimologicamente: ripulire e asciugare sfregando) scorge in lui la cicatrice sulla coscia e lo identifica. Donna (madre), acqua, gambe.
Ulisse libera il suo palazzo dai Proci e lo fa compiendo un massacro triste e necessario. D'altronde l'immagine di un Ulisse buono e furbo è diversa da ciò che si ottiene in lettura. Più volte sfrontato, avventato, riportato alla calma e al pensiero razionale da interventi calati dall'alto, privilegiato depositario di consigli e attenzioni della più potente fra le dee del pantheon greco, Ulisse, provocò la morte di molti compagni, cadendo in trappole e imboscate. Non è un dio, è un uomo. Un uomo che ha a che fare con divinità come Poseidone, stando in mare e sopravvivendo. Liberato il suo palazzo afferma il principio di successione patrilineare, su quello delle linee claniche, si batte per un potere terreno, materiale, ma anche per un principio, nella grandezza delle ambivalenze. Dunque è umano, ma poteva diventare un Dio. Calipso glielo propose (Donna divina), lui rifiutò. La madre lo liberò dagli ultimi dubbi (Donna mortale, anzi morta) donandogli una consapevolezza che lo portò al pianto (l'acqua che torna a fluire).
Tiresia aveva predetto secondo alcuni, che la sua morte sarebbe venuta dal mare (dall'ignoto, da lontano), per altri per mano del figlio stesso. E così fu in effetti.
Quando Ulisse muore, lo fa per mano di suo figlio Telegono, avuto con Circe (Donna dal canto sovrumano in quanto maga), che lo manda alla ricerca del padre. Ma padre e figlio non si riconoscono, Il primo vede il secondo come un assalitore della costa itacese, e per difendere quel diritto di regalità affermato lo affronta. Il secondo non riconosce il padre né l'isola di Itaca, forse per colpa di una nebbia fitta (di nuovo l'incapacità di vedere, di distinguere, ricordiamo che Tiresia è cieco per aver visto le Atena nuda, quindi per "aver visto troppo"), e lo infilza con una lancia che ha per punta aculei di razza avvelenati. Ecco la morte che viene dal mare, o da lontano, o per mano del figlio. Ulisse muore e discende nell'Ade, dove probabilmente rincontrerà Achille, disgustato dello status di "eroe morto", lo stesso Achille che all'eroe di Itaca aveva confidato che avrebbe preferito vivere come un povero agricoltore piuttosto che essere morto, rinnegando quindi la sua folgorante vita eroica.
Penelope piange il marito e Telemaco la consola: assieme al figlio e al figliastro si reca sull'isola di Circe ove Ulisse viene seppellito. Telegono sposa Penelope, Telemaco sposa Circe, a tutti e quattro ascendono al rango di immortali, acquisendo dunque quel requisito che Ulisse aveva rifiutato anni prima. Penelope, la savia è incestuosa? No, manca l'elemento di continuità per poterlo affermare. é anzi onorabile, si sacrifica per il marito defunto, sotto un certo aspetto è la stessa savia Penelope che tesse fra le mura del palazzo.
Tutti i motivi ritornano prepotentemente nell'ultimo viaggio dell'eroe, dall'acqua alla donna, dalla ferita all'errore tragico.
La società descritta dal mito appare ancora oggi attuale, oltre che interessante. Politicamente, prima della Polis, le condizioni potevano essere migliori per le donne, ad esempio. Il loro canto e la loro azione avevano dei luoghi deputati si, ma potevano prorompere all'esterno, a patto di perdere quell'umanità femminile. Le ferite, con le quali si iniziavano le fondazioni di città, sono sintomatiche del tipo di economia diffusa, rappresentano l'aratro che entra nella terra e la apre. Il seme è un elemento liquido, fluido. L'amore sfrontato e impossibile, l'eros incestuoso o innaturale, si avvale della metafora liquida per esprimersi in versi di passione in cui il seme maschile è paragonato ad acqua di libagione, con dei livelli che perfino oggi sfiorerebbero la pornografia. In altri casi si raggiunge invece la stabilità.
La civiltà che più di tutte influirà il nostro modo di pensare, sta nascendo, va forgiata, va condotta all'interno delle mura cittadine e introdotta nello spazio dell'agorà. Esiste in forma embrionale, e chi la rappresenta forse ha profeticamente capito qualcosa. Il mito svolge diverse funzioni: preparatoria, propagandistica, educatrice, civilizzante e altre.
I viaggi di ritorno degli eroi, e i poemi che se ne occupano, "i Nostoi", sono ancora attuali. Ci dimostrano quante sfaccettature possa avere un semplice viaggio, se la si smette di interpretarlo com mero spostamento fisico o mezzo di acquisizione di dati ed esperienze.
La semplicità delle trame è solo apparente, e i tessuti più complicati risultano invece essere i più adatti a fare chiarezza una volta entrati nell'ottica del "raffronto parziale". Tutte le culture e le civiltà cosiddette hanno avuto uno scopo e una funzione ai nostri occhi, che le osservano dal presente. Successivamente le inseriamo in un continuum immaginario di ere ed epoche che chiamiamo con nomi più o meno convenzionali. Ciò non vuol dire che tali società, composte da individualità piuttosto rilevanti, non si rappresentassero ai loro stessi occhi nel medesimo modo. Questo non lo sappiamo, ma il mito ci aiuta ad intuirlo, e ad intuire il modo in cui proiettiamo la nostra immagine verso il nostro doppio nello specchio.
giovedì 21 aprile 2011
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento